Una mia intervista per JazzIt Magazine
28 Febbraio 2017
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Si intitola “Winterreise” il nuovo lavoro di Giorgio Ferrera, che abbiamo intervistato per l’occasione.

Di Eugenio Mirti

Come è nato il tuo trio? Come hai scelto la ritmica
L’idea del trio è nata naturalmente, quasi come un’esigenza. Venivo infatti da due progetti in quartetto, uno dei quali conclusosi con una bella e soddisfacente tournée in America, dal sound tipicamente mediterraneo fatto di linee suadenti e morbide atmosfere. Avevo però voglia di cambiare, di lavorare su qualcosa di nuovo; sarà stato per il periodo che stavo vivendo o per il mio retaggio rock preadolescenziale ma cercavo qualcosa di ritmico, di energico e più potente ed anche di più agile, che potesse cambiare forma e suono rapidamente. Il trio mi è sembrata la formazione ideale.La scelta della ritmica è venuta un po’ da sé, frutto delle esperienze lavorative, degli incontri e addii tipici di una professione come questa sempre in movimento. Ti capita di collaborare con tante persone e con alcuni leghi, con altri meno, è una cosa che capisci quasi da subito. Anche in questo caso è capitato così, e fortunatamente ho avuto modo di trovare musicisti di sicuro valore artistico ed umano, cosa tutt’altro che semplice oggi. Con Pierluigi Tomassetti ci siamo conosciuti in conservatorio, a L’Aquila, mi chiamò per un suo progetto di musiche originali e standard. Dopo non molto tempo però il progetto terminò e ci perdemmo di vista per qualche anno fino a che non ho avuto bisogno di un batterista per il mio nuovo progetto ed ho pensato subito a lui. La sua esperienza ed affidabilità erano ideali per costruire quello che avevo in mente: la grande capacità di muoversi tra ampie sfumature sonore era la garanzia di poter dare al mio nuovo trio tutta l’ariosità di cui aveva bisogno e la possibilità di grande malleabilità.
Alessandro Del Signore l’ho conosciuto, invece, quasi per caso. Con il mio quartetto ero in piena presentazione del disco  “Chromosome”, era il 2009, ed avevamo davanti una bella serie di concerti. All’indomani del primo concerto il contrabbassista lascia il progetto, e me nei guai. Così, all’improvviso. Come si può ben immaginare con una registrazione appena fatta ed un minitour da affrontare diventa difficile trovare un sostituto che in poco riesca ad inserirsi in una realtà ben consolidata. Mi fu fatto il nome di Alessandro e mi fidai. Devo dire che a distanza di sette anni oramai la fiducia è stata ben ripagata. Ogni volta che suoniamo infatti si crea una bellissima sinergia che ci permette di volta in volta di spaziare e di addentrarci in soluzioni musicali assolutamente impreviste: sarà perché, come me, Alessandro viene da un retaggio musicale non solo jazzistico ma più ampio, quindi le idee si costruiscono ed incastrano alla perfezione.

Come hai lavorato a composizioni e arrangiamenti?
In “Winterreise” ho deciso inizialmente di mettere insieme tutti i brani che avevo composto negli ultimi tre anni, del resto la filosofia del progetto era proprio quella di raccontare in musica un percorso di vita. Ma mano che sono andato avanti però mi sono fatto condurre anche dal titolo che avevo scelto per il mio progetto e alla stagione a cui si riferiva: l’inverno. Questa stagione mi ha sempre affascinato è come se fosse la “mia” stagione, sono nate così Like the snow e Winterreiseappunto, pensando la prima come un turbinio di fiocchi di neve che prendono vita in un gioco nell’aria invernale vivace e fredda, la seconda invece come un momento di calma in cui quei fiocchi finalmente si sono posati a terra ricoprendo tutto e lasciando spazio al silenzio e alla magia di un paesaggio cristallizzato. Da qui il passo a Crystal Silence, altro brano del disco,  veramente brevissimo. Ecco, quando scrivo, spesso guardo ad una immagine che creo nella mia testa, un frame, un’istantanea che cattura il momento e la sua emozione, e cerco semplicemente di descriverli con la musica.
Ho lavorato molto sugli arrangiamenti cercando di arrivare il più possibile vicino all’idea di suono che doveva avere il disco: volevo profondità, leggerezza, energia e lirismo; nel disco ho cercato vivacità, ricreando una staticità che potesse contrapporsi ad un dinamismo sempre in agguato. La timbrica ha avuto perciò un ruolo importante nella stesura del disco, penso per esempio all’uso dell’arco del contrabbasso che, in alcuni punti specifici, ha saputo creare i colori intensi che hanno fatto apparire più evidenti tutti contrasti del disco. Durante le prove abbiamo parlato spesso del progetto, rifiutando a priori l’approccio asettico tipico del disco mordi e fuggi. Abbiamo cercato di capire di volta in volta cosa volessimo tirar fuori dai singoli brani, ricercando una loro profondità, una chiave di lettura, volevamo realizzarli al meglio. Per questo devo ringraziare Alessandro e Pierluigi che hanno contribuito molto con la loro sensibilità alla realizzazione del disco.

Definisci “Winterreise” con tre aggettivi.
Dinamico, deciso, incantato.

Il tema del disco è una sorta di viaggio invernale interiore: ce lo puoi spiegare meglio?
Credo che sia molto importante in dati momenti della nostra vita tirare le somme, fare un bilancio di ciò che si è riusciti a costruire o meno, di quello che si può ancora fare e migliorare. E quando lo si può fare se non in un momento di quiete? Ecco, il mio winterreise è questo, una sorta di bilancio, di punto e a capo. E simbolicamente ho scelto l’inverno che secondo me è il momento di quiete per antonomasia che si adatta perfettamente alla riflessione offrendo quella sospensione quasi necessaria.
Il silenzio intorno che contrasta con tutte le emozioni interiori, serenità, rabbia, speranza, diventa il momento perfetto insomma per scendere “in guerra” con se stessi, perché poi in ogni bilancio è questo quello che accade. Musicalmente poi ci sono state delle connessioni quasi naturali e la mia idea si è sposata alla perfezione con una delle composizioni di musica classica che da sempre mi hanno maggiormente affascinato, il “Winterreise” di Franz Schubert, una raccolta, per così dire, di “canzoni” (in realtà è un ciclo liederistico famosissimo) per voce solista e pianoforte. Da subito ho fatto mio il “Winterreise” di Schubert non dal punto di vista musicale, bensì attingendo dal suo significato, dalla metaforica visione del viaggio nel suo senso più romantico. Un viaggio che tende alla ricerca di se stessi e del senso della vita, e noi siamo chiamati a diventare viandanti “protagonisti”. Il mio disco quindi è diventato un po’ questo, un percorso segnato da ogni brano che lo compone, quasi come una pietra miliare al margine della strada, ed ho scelto di raccontarlo con spontaneità, tralasciando ogni artificio e forzatura perché ho voluto esprimere me stesso con i miei pregi e difetti. Una fase si è completata e mi appresto a cominciarne una nuova.

Sei un pianista allo stesso tempo classico e jazz, come coniughi queste due anime?
In realtà sarebbe meglio dire un pianista di formazione classica, sono ormai diversi anni infatti che ho messo da parte l’attività concertistica classica in favore di quella jazzistica. E’ stata una scelta naturale senza bisogno di riflessioni particolari o distacchi dolorosi, meditata fin da quando ero in conservatorio. Rispondendo quindi alla domanda devo farlo al passato. Posso dire che quando suonavo musica classica non era facile far convivere l’anima “classica” con l’altra più moderna. Amavo la musica classica perché avevo al sensazione di suonare davvero lo strumento, amavo il suo lirismo, la delicatezza, la forza. Mi piaceva molto la disciplina che sapeva infondere e la padronanza della tecnica che sapeva regalare, ma non mi bastava, volevo qualcosa di diverso, di più ritmico, energico ed anche più moderno. In conservatorio a volte studiavo il repertorio classico non sentendomi totalmente appagato, avrei voluto dedicarmi ad altro, qualcosa che potessi sentirmi meglio addosso. Ad esser sinceri in quel periodo non pensavo neanche al jazz, anche perché i concerti a cui ero stato (forse avevo ascoltato i musicisti sbagliati!) mi avevano un po’ deluso ed annoiato. Diciamo che cercavo qualcosa di nuovo ma non sapevo ancora cosa. Questo mio senso di incompiutezza musicale forse sarà derivato anche dal fatto che sono cresciuto ascoltando la musica più disparata, dai Beatles, Coltrane, Heart Wind & Fire, Jimi Hendrix, Miles Davis, fino ai Chicago e i Led Zeppelin e così mi sono portato dietro un’anima musicale sfaccettata, non facile da inquadrare in un unico stile o genere.
Dopo il diploma in pianoforte mi è capitato di collaborare anche con band pop e rock ma solo quando, anni dopo, ho avuto modo di ascoltare Mehldau e gli EST, ho capito quasi automaticamente che tutte le mie esigenze stilistiche mi portavano lì, nel jazz. E quel jazz era la sintesi di tutte le cose che cercavo.
Ma la musica classica non l’ho abbandonata, anzi, è il mio studio personale, la mia palestra quotidiana capace di mantenermi sempre pronto, lucido ed allenato. In un certo senso rappresenta anche il mio angoletto solitario in cui a volte mi rinchiudo, forse perché è la prima musica che ho studiato, avevo sette anni, e quindi è come tornare a casa.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Sono molto concentrato sull’attività promozionale del disco, abbiamo in programma un po’ di concerti in Italia e stiamo chiudendo anche per un paio di tour, uno in Germania l’altro in Estonia, spero vadano in porto. Sto collaborando anche a progetti di altri musicisti, e poi ho ricominciato a scrivere. Dopo “Winterreise” mi sentivo a corto idee e di energie, mi sono preso un piccolo periodo di pausa. Credo sia fisiologico e diventi quindi vitale ricaricarsi, anche se in realtà non si riesce a staccare mai completamente. In questi mesi ho affidato tutte le mie idee al registratore vocale del mio telefono, ora però è tempo di rimettersi a lavorare e dar loro forma definitivamente. Ho tanti nuovi progetti da portare avanti e confido di tornare presto in studio per registrare nuovo materiale.

 

 

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